La strada di Marica

La strada di Marica ha certamente un cuore che l’ha portata dallo studio all’insegnamento. Ora Marica Cima è una docente competente ed appassionata di Traditional thai massage della nostra scuola. La sua tesi del percorso triennale di studi racconta di amore, di rispetto e di umiltà.

L’amore di sé come pratica quotidiana

“In India, in lingua Marathi, la parola “piede” significa “inizio del momento”
e in effetti i piedi permettendoci di passare dalla fase di desiderio e
ispirazione alla realizzazione e al raggiungimento di un obiettivo,
ci sostengono nel concretizzare le nostre intenzioni e i nostri progetti”

La mia prima esperienza

La mia prima esperienza di Riflessologia plantare fu un trattamento che mi venne regalato nel 2001. Per me fu quasi una rivelazione e non arrivò a caso e da sola, nello stesso anno cominciai a praticare la meditazione e ad interessarmi seriamente alle pratiche volte al benessere. Nel 2010 frequentai il corso di Riflessologia e successivamente decisi di iscrivermi a scuola e di trasformare una passione in professione. Come dice la citazione, nel mio caso, i piedi mi hanno veramente aiutata e sostenuta nel passare da un desiderio alla sua realizzazione.

Apprendere la pratica

Ho cominciato a praticare solo quando sono stata certa di essere riuscita a digerirla e a farla mia, prima di trattare altre persone ho studiato per un paio di anni vari testi e manuali tenendo il mio piede in mano ed ascoltandomi. Al di là delle mie incertezze che mi hanno spinta a numerosi approfondimenti, anche se è scritto in qualsiasi testo che la pratica della riflessologia non è dannosa e che ha poche e non sempre condivise controindicazioni, la sua efficacia è tale da non doverla praticare in modo improvvisato o inconsapevole. “Male non fa”, ho sentito dire spesso anche ad alcuni corsi, ma non è questo il punto, non deve “non fare male”, deve fare bene. Con quale faccia posso fare un trattamento a un cliente pensando che non fa male? Tutto qui? Mi basta? Mi faccio anche pagare, è onesto e rispettoso? La Riflessologia va praticata bene perché faccia bene e le sue potenzialità dipendono molto dalla qualità della sua pratica.

Umiltà

La Riflessologia è umile. Tratta la parte più dimenticata del corpo, quella parte considerata sempre per ultimo. Nei templi si entra scalzi e non si volgono mai i piedi verso il Buddha ma neanche verso le persone perché sarebbe un affronto. L’operatore si volge proprio a questa parte, dunque il presupposto al lavoro non può che essere l’umiltà. Umiltà tanto più necessaria in quanto la tecnica è potente. È la mancanza di umiltà che fa danni – in ogni campo o attività. L’umiltà implica l’ascolto di sé e dell’altro, una continua revisione delle proprie posizioni.

Rispetto

La Riflessologia è rispettosa. L’operatore è ai piedi del cliente, e se il trattamento è su fouton è in ginocchio. Occorre chiedere permesso prima di trattare un piede e l’accesso non è scontato. Ciò avviene all’insaputa del cliente.

Piedi

Il piede parla con sincerità e fermezza, senza filtri e convenzioni, esprime ciò che è. È talmente ignorato rispetto al resto del corpo che ancora si può permettere la libertà di essere e di esprimersi. Agisce, reagisce e interagisce con la mano dell’operatore senza che il cliente se ne accorga e manifestando esattamente ciò che il cliente è. Quando faccio notare alla persona i movimenti e le reazioni del suo piede vedo sempre una certa sorpresa. “I piedi sono troppo lontani dal cervello per essere controllati”, dico sempre ridendo. “ah, già… è vero”, rispondono con una certa perplessità. Lontani dal cervello inteso come corteccia, quello dominante nella nostra cultura con corticalità ipertrofica e necessità di controllo. Il dialogo con il piede si svolge ad altri livelli ben più liberi e profondi, dove opera il riflesso. Solo una volta acquisita la fiducia del piede si può accedere al dialogo.

La Riflessologia

La riflessologia non invade, non obbliga, non forza. L’operatore applica una tecnica, poi è il corpo che seleziona e accoglie ciò che in quel momento gli occorre e scarta o rimanda ciò che è inopportuno. E’ improbabile effettuare forzature, non si arriva dove l’operatore si prefigge ma dove la persona è in grado di arrivare o dove le occorre arrivare in quel momento. La riflessologia non dà risposte ma dà al corpo la spinta per trovarle da sé. Non si tratta di risposte razionali perché non opera attraverso il ragionamento. Al contrario. Siamo così intossicati da ragionamenti e logiche che la riflessologia può solo aiutare a disintossicarci e a ritrovare quell’unità corpo-mente-spirito per la quale non abbiamo mai tempo. La riflessologia insegna ad ascoltarsi e ad andare oltre le risposte precostituite e il segnale del corpo diventa linguaggio da interpretare. Quando lavoro fegato e cistifellea capita spesso che il cliente si metta sugli avambracci e cominci ad imprecare sul suo datore di lavoro o sugli alunni della classe in cui insegna, io resto sulla zona finché non ha finito di spurgare e si corica di nuovo. Lavorando la zona riflessa dei bronchi che segnalava muco fermo una cliente ha pianto per due giorni. Anche senza reazioni immediate ed eclatanti la riflessologia risveglia la propriocezione, la consapevolezza di avere un corpo, di essere corpo, risveglia il senso di “autoappartenenza” e l’ascolto di un corpo vivo inscindibile dal proprio profondo. E quando si è in contatto con se stessi le risposte arrivano.

Non solo tecnica

Per praticare la riflessologia occorre avere la testa libera e il cuore aperto. Testa libera da valutazioni, opinioni, giudizi e pregiudizi, ma presente, presente in quanto libera. Cuore aperto, come una ciotola vuota pronta ad accogliere lo Shen e a distribuirlo, lo Shen non si tiene fermo ma si lascia fluire. Le mani sono il prolungamento del cuore ed è con le mani che lavoro il piede e solo con un cuore aperto posso fare un buon lavoro.